“Il Grand Tour era un lungo viaggio nell’Europa continentale effettuato dai ricchi giovani dell’aristocrazia europea a partire dal XVII secolo e destinato a perfezionare il loro sapere con partenza e arrivo in una medesima città. Questo viaggio poteva durare da pochi mesi fino a svariati anni. Le destinazioni principali erano la Francia, Italia e Grecia. L’Italia con la sua eredità della Roma antica, con i suoi monumenti, divenne uno dei posti più popolari da visitare. La Francia rappresentava il vertice dello stile e della sofisticazione.
Sotto l’occhio attento del suo tutore e curato dal suo valletto, il giovane si metteva in moto. Il primo passo nel giro era attraversare la Manica per Calais, in Francia. A Parigi, tutte le tracce esteriori del precedente Britannico venivano cancellate con un guardaroba completamente francese.
Durante il Tour, i giovani imparavano a conoscere la politica, la cultura, l’arte e le antichità dei paesi europei. Passavano il loro tempo facendo giri turistici, studiando e facendo acquisti.
Una tappa importante del viaggio era, durante un soggiorno prolungato a Roma, la realizzazione d’un ritratto da parte di uno dei pittori più in vista al momento oppure il solo acquisto di vedute del paesaggio italiano.
Durante il XIX secolo, la maggior parte dei giovani istruiti fecero il Grand Tour. Più tardi, divenne alla moda anche per le donne giovani.
L’espressione Grand Tour, sembra aver fatto la sua comparsa sulla guida An Italian Voyage di Richard Lassels, edita nel 1698. Il Grand Tour fu occasione per la pubblicazione di numerosi libri guida” (Wikipedia-IT).
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A tutti piace viaggiare, eccezion fatta per i pantofolai inguaribili. Evadere non appena possibile dalla routine e dai grattacapi quotidiani andando a soggiornare in luoghi ameni è l’intento di tutti, il modo migliore per trascorrere le agognate vacanze, uno dei pensieri che ci dà la forza di affrontare le dure giornate lavorative. Perché viaggiare è bello, divertente, entusiasmante. Ma il turismo, che sembra oggi una pratica quasi scontata, era qualcosa di completamente sconosciuto ai più sino a non molti decenni fa.
Ad esclusione di forme di viaggio particolari – come i pellegrinaggi religiosi e gli spostamenti a fini commerciali risalenti al medioevo, oppure le grandi esplorazioni geografiche all’inizio dell’età moderna – la prima vera forma di turismo vicina a come la conosciamo noi è proprio il Grand Tour. Possiamo però individuare i pionieri di questo modo di viaggiare nei pochissimi intellettuali dell’Impero romano che visitavano il Mediterraneo orientale, per non dimenticare Erasmo da Rotterdam, umanista nato nel XV secolo e noto per i frequenti soggiorni all’estero. Quello del Grand Tour era però un turismo d’élite, prerogativa di pochi fortunati che disponevano di denaro, tempo e cultura di base per permettersi il lu
sso di visitare altri Paesi. Il fascino di questo storico “grande giro”, agli occhi nostri abituati al turismo mordi e fuggi, è nel suo carattere profondamente avventuroso: i giovani aristocratici dei secoli passati intraprendevano viaggi lunghi, articolati, stando via da casa per mesi se non anni; nonostante il loro status sociale elevato, dovevano fare comunque i conti con le condizioni ancora limitate dei mezzi di trasporto di allora. Il massimo dell’avventura era però nella totale interazione dei viaggiatori con le comunità da cui venivano ospitati, con la loro cultura e il loro ambiente. Questi ragazzi potevano così fare un’esperienza di vita unica che, sommata allo studio sul campo di passato e presente dei posti visitati, li portava a un grado di formazione personale ineguagliabile. Immaginiamoci un attimo il nostro damerino in ghingheri giungere ad una grande città dopo un lungo e non comodissimo viaggio, conciarsi a dovere con l’assistenza del proprio valletto per mischiarsi meglio ai locali, destreggiarsi tra siti e monumenti con l’aiuto di esperti del posto e guide d’autore, mettere a prova le proprie conoscenze, anche in termini di lingua, concordare tramite il proprio tutore un incontro con un pittore famoso del calibro di Canaletto per farsi fare un ritratto a perenne ricordo del giro, concedersi il piacere di andar per acquisti e di assaporare tutto quanto messo a disposizione dalla vita mondana della città, per poi tuffarsi nuovamente nei libri e nelle uscite educative. E immaginiamo anche la sua emozione nell’ammirare dal vero le celebri opere d’arte viste solo sui disegni dei libri, in tempi dove non esisteva ancora la fotografia.
Ma torniamo a noi, al nostro turismo di massa. Nei paesi occidentali, a partire dal secondo dopoguerra, il numero delle persone che possono accedere alla possibilità di viaggiare è cresciuto considerevolmente. Questo grazie al più diffuso benessere generatosi dalle conquiste sociali e da una migliore distribuzione della ricchezza tra tutte le classi, ma anche grazie ai notevoli prog
ressi tecnologici nei mezzi di trasporto – l’aereo su tutti – e nei sistemi di comunicazione, con la televisione e poi Internet protagonisti nello stimolare il bisogno di viaggiare, nel fornire informazioni utili e servizi avanzati per l’organizzazione diretta di giri su misura, vedi gli innumerevoli siti internet dedicati. Il rischio, però, è che l’odierna industria del turismo, forte di un indotto che va dalle agenzie pubblicitarie ai tour operator e alle fiere di settore, porti a esperienze superficiali, finalizzate più che altro al relax e allo spasso fine a sé stesso, a escursioni comode e veloci ma a bassa interazione culturale. La cosa si acuisce addirittura nel caso di soggiorni più lunghi: pensiamo alle famiglie confinate in villaggi vacanza standardizzati, intente a godersi spiaggia e mare ma ben lontane dal calarsi negli usi e costumi della gente del posto. Per non parlare dei pericolosi effetti collaterali del turismo di massa: deturpazione dei paesaggi al fine di mettere in piedi le strutture ricettive, inquinamento atmosferico prodotto dall’intensità dei trasporti, inquinamento “umano” nei casi di località invase da quantitativi troppo elevati di visitatori…
Per risolvere queste criticità è utile rifarsi proprio allo spirito del Grand Tour, proponendo un turismo cosiddetto “creativo”, responsabile e sostenibile, un turismo cioè finalizzato in primis alla conoscenza approfondita degli altri popoli e della relativa Storia, sempre nel massimo rispetto dei loro valori, della loro dignità e dell’ambiente naturale in cui vivono. Partire con l’intenzione di divertirsi scoprendo piatti tipici e folclore locale è già un ottimo modo di iniziare. E’ innegabile, infatti, che viaggiare per mettere in atto un proficuo dialogo interculturale con gli ospitanti diverrebbe un potente mezzo al servizio della pace mondiale. I governi dei vari Paesi devono a tal fine adottare misure idonee a valorizzare il proprio patrimonio culturale per promuovere il turismo in entrata, favorendo un atteggiamento ospitale da parte dei propri cittadini e ricorrendo alla pubblicità istituzionale, ma anche regolandolo in modo che esso non
risulti invasivo ai residenti e che tutta la Nazione ne tragga beneficio. Alla stessa maniera va favorito il turismo in uscita, prodigandosi affinché un numero sempre maggiore di individui abbia la disponibilità finanziaria per poter mettersi in viaggio, senza però indebitarsi. Ben vengano anche le vacanze studio e i programmi di interscambio studenti promossi dalle università in tempi recenti, come ad esempio il progetto Erasmus voluto dalla Comunità Europea. Il massimo sarebbe giungere a un sistema-turismo ben orchestrato a livello globale, in grado di sostenere lo sviluppo economico degli Stati ancora arretrati, cosicché anche i loro cittadini conquistino un giorno il diritto di visitare il pianeta Terra. Sì, perché secondo quanto emerge dagli articoli 13 e 24 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, adottata dalle Nazioni Unite nel 1948, il viaggiare è uno dei diritti dell’Uomo, un bisogno quasi primario la cui soddisfazione deve essere riconosciuta a chiunque: è il diritto al riposo, allo svago, alla conoscenza dell’altro, all’istruzione, alla formazione culturale. Ma chi riesce a far valere questo diritto ha anche il dovere di rispettare coloro che lo ricevono e i relativi luoghi, i quali in fondo appartengono a tutta l’umanità; i diritti e i doveri reciproci si intrecciano, perché i residenti del posto sono a loro volta chiamati all’accoglienza e all’assistenza. E più le persone si incontrano, più impareranno a convivere e a cooperare.
E’ di tutto questo che si occupa l’Organizzazione Mondiale del Turismo, l’agenzia specializzata dell’ONU fondata nel 1974. A parer mio, non c’è cosa migliore che prendere a modello ideale il nostro Grand Tour, adattandolo agli esigenti ritmi di vita di oggi e concedendolo ad ogni uomo e donna del mondo, con l’obiettivo di permettere a tutte le Nazioni di cogliere frutti preziosi dall’albero del turismo: è il mio personale consiglio all’OMT e a tutti gli enti coinvolti nel coordinamento delle politiche turistiche.
Qualcosa a che vedere con ” La Certosa di Parma “?
In qualche modo sì, perché Stendhal rientra tra quei pochi fortunati che a inizio Ottocento ebbero modo di farsi una notevole cultura grazie a lunghi viaggi, soprattutto in Italia, i quali contribuirono a ispirare “La Certosa di Parma”, suo capolavoro.